L’Europa sta accelerando la riduzione della dipendenza dalle tecnologie statunitensi. Non è solo una questione politica: il rischio è diventato operativo. Quando un’infrastruttura critica dipende da un fornitore extraeuropeo, accesso, condizioni e continuità del servizio possono cambiare da un giorno all’altro, per decisioni prese altrove. I casi raccolti da Wired lo dimostrano bene: la sovranità digitale non è più uno slogan, è una scelta infrastrutturale.
Chi controlla davvero gli strumenti digitali europei?
Fino a poco tempo fa il dibattito europeo sulla sovranità digitale restava soprattutto sul piano delle regole, della privacy, della concorrenza. Oggi la domanda che si fanno governi e aziende è più concreta: chi controlla gli strumenti su cui lavoriamo ogni giorno?
Nella maggior parte dei casi, la risposta passa ancora dagli Stati Uniti: software di produttività, cloud, repository di codice, motori di ricerca, modelli di intelligenza artificiale. Ed è proprio questa dipendenza che sta spingendo enti pubblici e organizzazioni europee a cercare alternative più controllabili, spesso open source, spesso ospitate in Europa. Un caso su tutti: l’intelligence interna tedesca ha scelto ArgonOS, sviluppato dalla francese ChapsVision, al posto di Palantir; un cambio non banale, in un ambito dove il controllo sui propri dati è tutto tranne che negoziabile.
Secondo la ricostruzione di Wired, che ha censito decine di casi analoghi, tra gli enti coinvolti figurano la città di Lione, le forze armate austriache, lo Schleswig-Holstein, il governo olandese, DNS Belgium, DINUM in Francia e il Parlamento europeo. Sono realtà molto diverse, come amministrazioni locali, istituzioni comunitarie, enti di ricerca e gestori di infrastrutture critiche, ma il motivo che le muove è lo stesso: riprendere controllo su dati, software, infrastrutture essenziali.
E non parliamo solo degli strumenti d’ufficio di tutti i giorni. In diversi casi il tema va più a fondo: dove risiedono i dati, chi controlla il codice, quanto è facile cambiare fornitore senza bloccare l’operatività. La sovranità digitale, in questo senso, non è “sostituire Word con LibreOffice”: è ripensare l’intero stack su cui si regge un’amministrazione, dal cloud ai repository di codice fino alle piattaforme di collaborazione.
Cosa insegna il precedente Anthropic sulla sovranità AI?
Il tema non riguarda solo il software tradizionale, ma anche i modelli AI più avanzati. A giugno 2026 l’accesso a due modelli AI di frontiera è stato sospeso per alcune settimane per gli utenti non statunitensi, a causa di controlli export imposti dal governo USA; una volta revocati i controlli, l’accesso è tornato disponibile. Un episodio risolto in fretta, ma un precedente che vale la pena ricordare: anche una tecnologia considerata strategica può finire condizionata da una decisione presa fuori dal controllo di chi la usa. Lo abbiamo raccontato più nel dettaglio nel nostro articolo dedicato al caso.
Per l’Europa il segnale è chiaro: l’AI sovrana non è solo una questione di regole, ma anche di infrastrutture, capacità di calcolo, modelli propri, distribuzione, continuità di accesso.
L’open source basta a garantire indipendenza?
Nei casi raccolti da Wired, l’open source torna spesso come via pratica per allontanarsi dalle piattaforme USA: LibreOffice, Nextcloud, Open-Xchange, Thunderbird, Linux, Forgejo, OnlyOffice, oltre a diverse iniziative pubbliche nate ad hoc.
Non basta scegliere un software open source per dirsi indipendenti, ma è comunque una delle strade più concrete oggi disponibili per avere più controllo e più trasparenza su ciò che si usa. Il problema, semmai, è che il passaggio costa: serve migrazione, formazione del personale, lavoro di interoperabilità. Non è una scelta di principio, è un investimento organizzativo vero e proprio.
Perché la dipendenza digitale pesa più di prima
Il punto centrale non è che l’Europa voglia sostituire ogni tecnologia americana con un equivalente locale. Il punto è ridurre il rischio di dipendere da pochi fornitori dominanti in aree critiche, così da poter scegliere con più autonomia. Per questo la sovranità digitale sta diventando un criterio operativo nelle scelte di procurement e migrazione. Le iniziative europee non cancellano la dipendenza esistente, ma la rendono meno rigida e, in alcuni casi, meno vulnerabile.
L’analisi di Wired conferma anche un altro punto importante: sciogliere del tutto i legami con la tecnologia statunitense è probabilmente impossibile nel breve periodo. Il rapporto del Parlamento europeo citato da Wired ricorda infatti che le aziende con sede negli Stati Uniti continuano a dominare quasi ogni livello dello stack digitale europeo. Dal cloud all’AI, dalla cybersecurity ai sistemi operativi mobili, l’Europa resta profondamente intrecciata con le big tech americane. Proprio per questo i cambiamenti in corso sono significativi: non annunciano una rottura totale, ma un processo già avviato di riduzione della dipendenza.
La nuova priorità
L’Europa non teme solo la dipendenza dalle Big Tech, ma il fatto che strumenti essenziali possano diventare meno accessibili o più condizionati da decisioni prese altrove.
Per questo la sovranità digitale sta diventando una priorità concreta per governi, istituzioni e aziende: non per chiudersi, ma per restare aperti senza perdere controllo. In altre parole, non si tratta di sostituire un fornitore con un altro, ma di costruire un sistema in cui la continuità operativa non dipenda dalla volontà di attori esterni.
Domande frequenti
Cosa si intende per sovranità digitale? La capacità di un’organizzazione o di uno Stato di mantenere il controllo su dati, software e infrastrutture critiche, senza dipendere in modo rigido da pochi fornitori esterni, così da poter cambiare strada se serve.
La sovranità digitale significa abbandonare le tecnologie USA? No. Significa ridurre la dipendenza da un numero ristretto di fornitori dominanti nelle aree più critiche, non sostituire sistematicamente ogni tecnologia americana con un’alternativa europea.
L’open source garantisce automaticamente più sovranità? Da solo no. Aiuta ad avere più controllo e trasparenza, ma richiede un investimento reale in migrazione, formazione e governance per diventare un vantaggio concreto e non solo una scelta di principio.
Fonti: